
Galleria Barbara Mahler presenta:
La mostra personale di Roberto Loyola,
Marzo-Maggio 2011
La Galleria Barbara
Mahler è
lieta di presentare, presso la sede
della UBS di
Lugano, Nature 1,
mostra personale di Roberto
Loyola, a cura di Igor
Zanti.
Il rapporto dell’artista con la natura è sempre stato molto stretto, a tratti quasi viscerale. Lo stesso Dante Alighieri nella Commedia identificava l’arte come figlia della natura e quindi come sua derivazione attraverso al mediazione dell’essere umano.
Platone dedicò molta attenzione alla relazione tra arte e natura ed al valore della mimesis (imitazione, riproduzione) quale pratica fondamentale nell’azione artistica.
Se da un lato nel passato si è sempre cercato di giungere da un punto artistico ad una riproduzione quanto mai fedele dell’ambiente naturale, cercando una dimensione oleografica, dall’altro è interessante notare come già nel XVIII secolo il poeta inglese Alexandre Pope, proprio sul concetto di mimesis, affermasse: “art is nature to advantage dressed” (la natura diventa arte quando è migliorata o "adattata" dall'uomo).
L’avvento della fotografia in un certo senso rese superfluo, invalidò, il concetto di mimesis e lo stesso rapporto tra artista e la natura si modificò, con la progressiva rinuncia al tentativo di rendere la rappresentazione della natura quanto più possibile fedele al modello.
Rimane nonostante tutto in tutta la storia dell’arte, anche nella più recente, un’ attrazione fatale, tra artista e natura.
Roberto Loyola in questo senso non fa eccezione, è un tipico esempio di come, pur frequentando ambiti pittorici differenti, in molti artisti del Novecento sia molto forte il rapporto con la pittura en plein air, quella che tradizionalmente si definisce pittura da cavalletto.
Loyola, infatti, pur essendo vicino a quella felice stagione dell’arte romana che fu la scuola di Piazza del Popolo- come testimonia tra l’altro il suo carteggio con Tano Festa- in maniera trasversale, quasi con costanza, dedicò parte della sua produzione all’osservazione o meglio alla rilettura della natura.
Quello che emerge da una analisi delle opere di Roberto Loyola che hanno per soggetto elementi naturali, è che questo ambito per lui era una sorta di porto franco dove poteva confrontarsi in maniera libera, quasi ancestrale con il colore.
La citazione di Monet come incipit di questo breve testo non è casuale: lo stesso Monet nella dimensione della natura, ritrovò, specialmente negli ultimi anni della sua vita, uno spazio di forte vitalità artistica e credo sia lecito pensare lo stesso anche per quanto riguarda il nostro artista.
Trovo che i suoi alberi, i suoi fiori, che a tratti toccano una poetica naif, siano frutto di un momento di libertà, di sperimentazione, dove l’artista riscopre una nuova dimensione pittorica più strettamente connessa alla poetica del colore, dove il soggetto diviene in un certo senso un pretesto per andare oltre l’aspetto figurativo della pittura e toccare tematiche forse più vicine ad indagare il valore del cromatismo e della luce.
La selezione di opere presentate in mostra è un modo diverso e forse inconsueto per riconoscere e scoprire un maestro del Novecento italiano, mettendone in luce un aspetto della sua produzione meno conosciuto ma sicuramente molto interessante per quanto riguarda la comprensione dell’evoluzione della sua personale poetica ed estetica.
Roberto Loyola pittore vicino a quel felice e irripetibile momento dell’arte italiana che fu la scuola romana di Santa Maria del Popolo, dedicò una congrua parte buona parte della sua pittura al tema della natura. Infatti, a fianco di soggetti che si rifanno alla ricca tradizione del vedutismo di scuola romana-tradizione che fonda le sue radici nel passato e che ebbe nel XVIII secolo uno dei momenti di massimo splendore con il diffondersi dell’abitudine tra gli aristocratici europei di intraprendere quello che comunemente viene chiamato Grand Tour- una consistente produzione del maestro Loyola è sistematicamente dedicata allo studio della natura. Sembra che l’artista ritrovi- recuperando in un certo senso il gusto tutto ottocentesco della pittura en plain air- in questo tipo di soggetti una libertà ancestrale, una occasione per sperimentare le opportunità del colore e per un’osservazione a tratti sentimentale del paesaggio che lo circonda. Il risultato è un cromatismo felice, un’esplosione di colore che invade la tela secondo un sentire che giunge verso una ricerca di sapore vagamente astratto e che sovverte il tradizionale e convenzionale senso del comune punto di vista.