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  Love at first sight - Rory Burke

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Love at first sight mostra personale di Rory Burke, a cura di Igor Zanti
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Dei nostri affanni tristi godiamo a vicenda
ricordandoli; chè anche dei mali, passato il tempo, si gode
chi molto ha dovuto soffrire e molto vagare.
Omero, Odissea, Canto XV

Nel preciso momento in cui l’essere umano sviluppa l’autocoscienza nasce la storia.
Il ricordare ed il memorizzare le proprie azioni e i propri sentimenti e, in alcuni casi, tramandarli, costituisce la base del meccanismo che ha prodotto le prime tradizioni orali e le prime forme di memoria storica.
Il ricordo è un patrimonio universale dell’umanità, sia che si tratti di qualcosa di strettamente legato all’ambito personale, che di qualcosa che coinvolga l’intera società, ed è elemento fondamentale  nel processo di  sviluppo culturale e sociale dell’essere umano.
Non esiste cultura senza storia, il ricordo e la memoria sono elementi nodali nella formazione dell’identità di un popolo, di una nazione, ma anche nella formazione di ogni singolo essere umano.
Nel panorama internazionale è significativo notare come vi sia una inevitabile predominanza delle realtà dove è forte il senso della storia e della tradizione. La società contemporanea occidentale è imprescindibilmente legata dal punto di vista culturale e scientifico alle civiltà mediterranee dell’antichità, non bisogna infatti dimenticare che concetti quali la democrazia, la centralità dell’uomo o, per esempio, in ambito scientifico, il concetto dell’atomo e alcune leggi basilari della fisica, sono state elaborate sulle coste del mediterraneo più di duemila anni fa.
La stessa predominanza culturale ed economica degli Stati Uniti, che ha segnato gli ultimi cinquant’anni di storia del mondo occidentale,  è riuscita ad affermarsi, nonostante le recentissime origini dello stato americano, facendo proprie e sposando, talvolta in maniera inconsapevole, l’eredità storica e culturale della società anglosassone della fine del XVIII, secolo durante il quale si è proceduto ad una sistematica rivalutazione del culto della classicità, come elemento fondante e determinante della cultura occidentale.
Proprio in questi tempi di forte influenza da parte dell’est del mondo sull’ occidente, è significativo notare come uno dei paesi che maggiormente si sta facendo portabandiera di questa espansione, la Cina, sia riuscita ad attestarsi in questa posizione di predominanza nel momento in cui, rinunciando o allontanandosi dai più integralisti precetti post rivoluzione culturale, ha cercato di recuperare, per quanto ancora possibile, il patrimonio di tradizioni e la memoria storica del paese.

Proprio la memoria ed il ricordo sono due degli elementi basilari della ricerca della giovane artista americana Rory Burke.
E’ significativo che una ricerca di questo genere venga attuata da un’artista che si è formata in ambito statunitense. Ritengo infatti che, a livello generale, la sensazione di mancanza di una forte tradizione storica in un paese che può vantare solamente due secoli e poco più di vita, come gli Stati Uniti, sia penetrata nel backgorund culturale della nazione.
Il concetto di genius loci nel caso della Burke mi sembra fondamentale, poiché il suo lavoro  dedicato alla memoria deve essere inteso come la risposta ad un’esigenza che è riscontrabile in tutta la società americana.
Rory Burke in questo senso recupera il ruolo sociale dell’artista che diviene uno dei principali interpreti ed un osservatore privilegiato delle idiosincrasie e delle necessità della realtà in cui vive o si è formato
E’ interessante notare, alla luce di quanto è stato detto, come già a partire dai primi anni legati allo studio ed alla formazione, la nostra artista abbia maturato l’esigenza di  approfondire la conoscenza delle radici e dalla memoria della realtà che la circonda. La Burke, infatti, ha alternato studi di scultura e pittura di stampo accademico con un percorso di approfondimento dell’archeologia, con particolare attenzione alla cultura precolombiana ed alle tradizioni dei nativi americani. Tali studi l’hanno spinta ad elaborare un linguaggio che non trova eguali nel panorama dell’arte contemporanea internazionale..
L’attenzione di Rory Burke si concentra sul cranio umano che diviene, nell’intenzioni dell’artista, il simbolo assoluto dell’ essenza prima dell’uomo, la sede privilegiata sia del ragionamento che delle emozioni.
L’uomo rappresentato dalla Burke è un uomo spirituale ed intellettuale al tempo stesso, dove una parte considerevole dell’attività celebrale è riservata all’incamerazione del ricordo inteso non solo in senso archivistico od annalistico, ma bensì come possibilità e necessità imprescindibile per lo sviluppo della conoscenza.

Rory Burke ha realizzato per la mostra di Lugano una teoria di piccoli busti umani, di forte sapore espressionista, dove la parte superiore della testa è realizzata con resine trasparenti e colorate.
Proprio questa porzione del cranio che dovrebbe essere la parte, teoricamente, dove risiedono i ricordi, la sede della memoria, diviene il punto focale delle sculture. Il cranio assume il valore di una pietra preziosa che, costretta dalla prosaicità delle carni, si libera dalla roccia per mostrare il suo contenuto, il suo tesoro. L’artista include in queste preziose calotte celebrali elementi che, come gli insetti o i microorganismi imprigionati nell’ambra, svelano qualcosa del passato o della storia di ogni singolo soggetto ritratto.
L’intento della Burke è quello di rappresentare non tanto il singolo essere umano con il proprio patrimonio di ricordi, quanto il senso stesso della memoria collettiva.
I titoli delle opere divengono fondamentale viatico per comprendere l’azione artistica nel suo complesso, che non si esaurisce nell’unicità imprescindibile di ogni scultura, ma vive in un senso di continuità nel complesso sistema di rimandi formati dall’insieme delle opere. Ogni singola emozione è per l’artista un tassello fondamentale per comprendere il più generale affresco dedicato all’umanità nella sua essenza prima e fondamentale.
L’anastrofica ripetizione dei profili umani, che ben si adatta all’iconica rinuncia al realismo ritrattistico nel tentativo di una rappresentazione universale, non fa che ribadire la sacralità dell’insieme e il messaggio di comunione che si crea sul filo del medesimo  ricordare.
Come un’archeologa la Burke recupera una dimensione emozionale dell’essere umano sepolta sotto  le sabbie dell’uomo tecnologico.
La resina, la cenere, elementi naturali ed artificiali si incontrano per dar vita alla teoria di visi dedicati alla memoria o alla serie di piccoli teschi, implicita metafora dell’ineluttabile trascorrere del tempo e dell’appianarsi delle differenze tra uomo e uomo, per ricomporsi  in una rappacificante e umanistica universalità.

Rory Burke attraverso il medium inconsueto della sua geniale arte ci riporta ad una dimensione primigenia dell’uomo, dove il ricordo e la transitorietà del tempo diventano un possibile mezzo per ricomporre il disordinato puzzle dell’umanità contemporanea.

Ricordo ergo sum…



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